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Cristo non si è fermato a Eboli

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14 Gennaio 2026

Per i contadini raccontati da Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, lo Stato è un fattore alieno e incontrollabile come la siccità o una carestia. Arriva senza dare, chiede senza restituire, colpisce senza proteggere. Si manifesta attraverso tasse, obblighi, imposizioni, mai come diritti o possibilità di riscatto. Non è una comunità di cui sentirsi parte, ma una forza esterna, inevitabile e ostile, da sopportare come la malaria.
Per questo quei contadini vivono come isole. Non per arretratezza o incapacità, ma per esperienza. Per loro il tempo non è lineare ma circolare, dettato dai ritmi delle stagioni, e in un tempo che non promette futuro la politica perde significato.

A ottant’anni di distanza, i contadini di oggi non sono così diversi. Anche loro spesso vivono come isole di individualità, chiuse in una solitudine operosa ma istintivamente diffidente.

Quando portano i trattori in strada non stanno inscenando folklore o nostalgia, ma rendendo visibile una ribellione lucida contro una nuova “malaria” fatta di precarietà, burocrazia soffocante, mercati iniqui, filiere sbilanciate. Ancora una volta, lo Stato e il mercato sono percepiti come poteri lontani e impersonali, che regolano senza ascoltare, che chiedono senza riconoscere.

Questa protesta non nasce dall’ignoranza, ma dalla consapevolezza. È la stessa consapevolezza che Levi aveva colto nei contadini lucani: quando la politica non incide sulla vita reale, smette di essere pensabile. Quando le regole non proteggono chi produce, ma lo comprimono, la protesta diventa linguaggio, diventa voce.

C’è una frase che attraversa allora e oggi come una linea di frattura:

Non esiste cittadinanza senza riconoscimento. Non esiste politica senza futuro condiviso.

Il problema non è mai stata la mancanza di coscienza dei piccoli produttori, ma la loro sistematica esclusione dai luoghi in cui si crea valore, si decide il prezzo, si costruisce il senso del lavoro.

È in questo vuoto che nasce Weetico. Non come slogan e non come promessa salvifica, ma come tentativo concreto di ricucire ciò che è stato separato. Weetico prova a restituire relazione dove c’era isolamento, comunità economica dove c’era competizione forzata, voce dove c’era silenzio. Mette in contatto diretto produttori e consumatori, accorcia le filiere, rende visibile il lavoro, restituisce dignità al prezzo e trasparenza allo scambio.

Weetico non elimina la fatica del produrre, né pretende di risolvere da sola problemi strutturali. Ma lavora su ciò che manca da troppo tempo: il riconoscimento. Perché quando il lavoro è riconosciuto, il futuro torna a essere pensabile. E quando il futuro torna a essere pensabile, anche la ribellione può trasformarsi in progetto.

Forse Cristo non si è fermato a Eboli. Forse siamo noi che, per troppo tempo, abbiamo accettato che intere parti del Paese restassero fuori dalla storia. Weetico nasce per fare un passo in più. Perché nessuno debba più vivere da isola.

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